
Cosa sono i PFAS
I PFAS (sostanze per- e polifluoroalchiliche) sono una grande famiglia (PFOA, TFA e PFOS) di composti chimici sintetici creati dall’uomo a partire dagli anni ’40. Hanno una caratteristica chiave: il legame carbonio‑fluoro, uno dei più forti in chimica organica. Tradotto in parole semplici: non si rompono quasi mai.
Ed è proprio qui che nasce il problema.
Per questa loro estrema stabilità vengono chiamati “inquinanti eterni”: una volta dispersi nell’ambiente o introdotti nel corpo umano, restano lì per anni.
Perché sono stati usati così tanto
I PFAS sono stati un sogno per l’industria:
- resistenti al calore
- impermeabili all’acqua
- anti‑grasso
- anti‑macchia
- anti‑aderenti
Li troviamo (o li abbiamo trovati) in:
- padelle antiaderenti
- imballaggi alimentari
- tessuti impermeabili
- schiume antincendio
- cosmetici
- carte trattate (scontrini compresi)
Funzionavano benissimo. Peccato che nessuno si sia chiesto cosa succede dopo.
Dove finiscono i PFAS
Ovunque.
- nell’acqua potabile
- nei fiumi e nei laghi
- nel suolo
- negli alimenti
- nel sangue umano
I PFAS non vengono metabolizzati facilmente e hanno un’emivita biologica che può arrivare a diversi anni. Questo significa accumulo progressivo, anche a dosi molto basse.
PFAS e salute umana
Qui conviene essere chiari, senza allarmismi ma senza favole.
L’esposizione cronica ai PFAS è stata associata a:
- alterazioni del sistema endocrino
- aumento del colesterolo
- problemi epatici
- ridotta risposta immunitaria
- interferenze sulla fertilità
- aumento del rischio di alcuni tumori (rene e testicolo in particolare)
Non è che “fanno male subito”. Fanno peggio: fanno male lentamente.
Limiti di legge: Italia ed estero
Negli ultimi anni diversi Paesi hanno introdotto limiti sempre più stringenti sui PFAS, soprattutto nell’acqua potabile.
In Italia i limiti sono stati abbassati rispetto al passato, allineandosi progressivamente alle indicazioni europee. L’Unione Europea ha definito valori soglia molto bassi per la somma di alcuni PFAS specifici, riconoscendo ufficialmente che non esiste una soglia realmente “sicura”, ma solo livelli di rischio accettabile.
Altri Paesi, come Danimarca, Svezia, Germania e Stati Uniti, hanno adottato approcci simili o addirittura più restrittivi per alcuni composti.
Un punto va chiarito: il limite di legge non è una soglia di sicurezza biologica, ma un compromesso tecnico, economico e politico.
Perché eliminarli è così difficile
I PFAS non si degradano con:
- calore
- luce
- batteri
- processi naturali normali
I classici impianti di depurazione non li eliminano. In molti casi li redistribuiscono soltanto.
Filtrarli richiede tecnologie avanzate (carboni attivi, osmosi inversa, resine specifiche), costose e non sempre diffuse.
Il problema dell’acqua potabile
L’acqua è la principale via di esposizione per la popolazione generale.
Una volta che una falda è contaminata da PFAS:
- il problema dura decenni
- la bonifica è lenta
- i costi ricadono sulla collettività
Qui il nodo non è tecnico, è politico e industriale.
Le cosiddette “zone rosse”
In Italia esistono aree ufficialmente riconosciute come ad alta contaminazione da PFAS, spesso definite zone rosse. Non sono etichette giornalistiche, ma territori individuati dopo analisi ambientali e sanitarie documentate.
Le principali aree note sono:
- Veneto – È il caso più esteso e studiato d’Europa. Coinvolge decine di comuni nelle province di Vicenza, Verona e Padova, con contaminazione storica delle falde legata a insediamenti chimici.
- Piemonte (provincia di Alessandria) – Area legata a produzioni chimiche storiche, con presenza di PFAS nelle acque e nei sedimenti, monitorata da anni.
- Lazio (Valle del Sacco) – Zona industriale con contaminazione multipla, inclusi PFAS, che ha portato a restrizioni e controlli sull’acqua e sugli alimenti.
- Lombardia – Milano – Alcune aree localizzate, in particolare nel mantovano e in zone industriali specifiche, con riscontri di PFAS nelle acque superficiali e sotterranee.
- Toscana – Presenze rilevate in contesti industriali e portuali, con monitoraggi ambientali in corso.
Arezzo, Milano e Perugia sono le città più inquinate da PFAS
Considerando il parametro di legge “Somma di PFAS”, ovvero la somma di 24 molecole il cui valore, a partire dal gennaio 2026, non dovrà superare 100 nanogrammi per litro, le città con le concentrazioni più elevate sono risultate Arezzo, Milano (Via Padova) e Perugia, seguite da Arzignano (VI), Comacchio (FE), Olbia (SS), Reggio Emilia, Ferrara, Vicenza, Tortona (AL), Bussoleno (TO), Padova, Monza, San Bonifacio (VR), Ceccano (FR) e Rapallo (GE).
La situazione più critica risulta essere quella di Milano dove anche un secondo prelievo, effettuato in Via delle Forze Armate, ha fatto registrare concentrazioni elevate, ben più alte rispetto a Perugia, e pari a 58,6 nanogrammi litro. Un terzo prelievo effettuato nel capoluogo lombardo a Villa Litta in zona Affori ha invece fatto registrare una contaminazione di 17,5 nanogrammi litro. Pur essendo un valore ben più basso rispetto agli altri due campioni prelevati in città, nella classifica nazionale quest’ultimo risulterebbe il 36esimo punto più contaminato in Italia rispetto al parametro “Somma di PFAS”.
Grafico Greenpeace

Queste zone non nascono per caso: nascono perché qualcuno ha inquinato per anni, spesso legalmente, quando i PFAS erano considerati “chimica utile”.
Va chiarito un punto fondamentale: l’elenco delle zone rosse non è statico e dipende da ciò che viene cercato e misurato.
Fuori dalle zone rosse si è al sicuro?
Risposta breve: no, non automaticamente.
Le zone rosse indicano dove il problema è evidente e misurato, non dove il problema finisce. I PFAS:
- viaggiano con l’acqua
- si accumulano lentamente
- persistono per anni nel suolo
Ma c’è un aspetto spesso ignorato, eppure cruciale: la filiera alimentare.
Il ruolo di frutta, verdura e altri alimenti
Le coltivazioni situate in aree contaminate possono assorbire PFAS:
- dal suolo
- dall’acqua di irrigazione
- dai sedimenti
Questi composti possono finire in frutta, verdura, cereali e foraggi, e da lì:
- nei prodotti animali (latte, uova, carne)
- negli alimenti trasformati
Il punto chiave è semplice: gli alimenti non rispettano i confini amministrativi.
Un prodotto coltivato in una zona rossa può essere:
- trasformato altrove
- distribuito a livello regionale o nazionale
- consumato da persone che vivono lontano dall’area contaminata
Essere fuori da una zona ufficiale non significa quindi assenza di esposizione, ma solo assenza di superamento locale dei limiti nell’acqua.
È una differenza enorme, e spesso sottovalutata.
PFAS: vietati o sostituiti?
Negli ultimi anni alcuni PFAS “storici” sono stati limitati o vietati. Ma attenzione:
- spesso vengono sostituiti da PFAS diversi ma simili
- meno studiati
- non necessariamente più sicuri
È il classico gioco delle tre carte chimico.
Cosa può fare il singolo cittadino
Poco, ma non zero:
- informarsi sulla qualità dell’acqua
- usare sistemi di filtrazione adeguati
- ridurre l’uso di prodotti super‑trattati
- pretendere trasparenza
Non è una battaglia individuale. È una questione collettiva.
Possiamo sapere se abbiamo PFAS nel corpo?
Sì. Tecnicamente è possibile.
I PFAS possono essere misurati nel corpo umano tramite analisi del sangue specifiche, che rilevano la concentrazione dei principali composti (come PFOA, PFOS e altri) nel siero.
Queste analisi vengono utilizzate:
- negli studi epidemiologici
- nei monitoraggi sanitari delle zone contaminate
- in ambito di ricerca clinica
Il problema non è scientifico. È pratico e amministrativo.
Perché spesso non si possono fare liberamente
Nella maggior parte dei casi:
- non sono incluse negli esami di routine
- non vengono prescritte facilmente
- non sono rimborsate dal sistema sanitario
- sono limitate a protocolli ufficiali o studi controllati
In altre parole: si possono fare, ma spesso non si può chiederle.
Questo crea una situazione paradossale: sappiamo che i PFAS si accumulano nel sangue, ma molte persone non hanno accesso a un dato che riguarda il proprio corpo.
Il punto chiave da ricordare
I PFAS non sono una moda mediatica né un complotto.
Sono il risultato di decenni di chimica industriale usata senza una vera valutazione a lungo termine.
Hanno fatto comodo. Ora presentano il conto.
E, come spesso accade, non lo paga chi li ha prodotti, ma chi li beve e li mangia
Link utili
se vuoi vedere la contaminazione dell’acqua nella tua zona clicca il link sottostante
https://public.tableau.com/app/profile/greenpeace.italy/viz/AcquaSenzaVeleni/Target100ngl
Articolo informativo a scopo divulgativo. Basato su letteratura scientifica e documenti di enti sanitari internazionali.
